Questo post è doverosamente senza foto.
Questo lunedì Marta ha avuto la possibilità di visitare il carcere di Dschang grazie ai volontari dell’Associazione Papa Giovanni XXIII.
Quest’associazione sviluppa dei percorsi di comunità sia all’interno che all’esterno del carcere.
Il carcere di Dschang a differenza di altri ha la separazione adulti-minori. Abbiamo visitato entrambi le sezioni.
Il carcere è organizzato con una corte interna dove i carcerati hanno la possibilità di cucinarsi qualcosa. Intorno ci sono celle buie e sovrappopolate che per la maggior parte del tempo sono aperte. Ovviamente non ci sono letti per tutti e molti dormono sul pavimento. Tutto ciò di cui un detenuto ha bisogno deve comprarlo, anche il posto letto. Non si capisce bene da dove arrivino i soldi: qualcuno fa qualche lavoretto con i sacchi del riso e la lana, chi viene in visita può acquistarli nello spazio colloqui.
Ovviamente il problema principale è l’acqua! Ci sarebbe un impianto, ma non si sa bene chi possa attivarlo e quando, e anche quando c’è è veramente sporca.
Abbiamo parlato a lungo con i minori i quali avevano chiesto ai volontari di chiamare le famiglie, ciò che i volontari riportavano erano madri e padri ancora arrabbiati per quel che il ragazzo aveva fatto. Ho pensato a quell’esperienza di Nisida con la Compagnia Scout quell’estate e a come, le famiglie a colloquio, consideravano quell’esperienza del figlio come un passaggio di iniziazione, come il nemico fosse lo stato.
Qui anche tra i detenuti adulti non ci sono meccanismi mafiosi, arroganza, o rispetto da portare non si sa bene per cosa. Perché qui non c’è la criminalità organizzata! I criminali sono liberi professionisti. Spesso manco tanto professionisti. Ci sono ragazzi in carcere per aver cercato di rubare un pollo senza riuscirci, o un dentista accusato di non si sa bene cosa da una donna che non ha voluto far abortire (essendo dentista).
Ho assistito a un momento di sensibilizzazione sull’igiene organizzata da quei detenuti che partecipano alla comunità interna: una trentina di detenuti che si impegnano per il miglioramento delle condizioni di vita di tutti. Nel momento di verifica dopo l’incontro, la comunità discuteva su come fare a dividere il proprio sapone con quelli che non possono comprarselo, evitando che se lo vadano a vendere per comprarsi del cibo.
Non sono mai stata in un carcere per adulti italiano, ma credo di aver incontrato spesso qualche criminale prima che, forse, ci finisse. Posso dire che i criminali camerunesi non hanno la faccia da criminali, sono gentili e sorridono, non hanno “guapparia”.
Purtroppo posso solo sperare che le condizioni di vita nei nostri carceri siano migliori. In ogni caso esiste un sistema di riabilitazione brasiliano APAC che qui funzionerebbe bene e che speriamo diventi realtà grazie a qualche progetto.
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